mercoledì 19 settembre 2007

Autostrada e anni '80

Durante la gita a Roma, nel mio quarto anno di superiori, noi gitanti abbiamo avuto la necessità di fruire del servizio autobus, prendendo un mezzo che ci portasse dalla stazione Termini fino alla fermata più vicina all'Hotel che ci ospitava; la necessità nasceva dal voler evitare l'imbarazzante fuoco di fila dei piccioni che assediavano la menzionata stazione e che, furfanti canaglie, sembravano attendere i passanti appiedati per bersagliarli con i propri fastidiosi rifiuti organici.
Trovata la linea giusta per noi, siamo saliti immediatamente sul bus, che però avrebbe iniziato la sua corsa circa dieci minuti dopo. Il cinquantacinquenne autista, esterrefatto (non ho ancora capito se dal fatto che tanta gente prendesse il bus a quell'ora tarda, oppure se dal fatto che tanta gente corresse. Forse, soltanto dal fatto che qualcuno stesse correndo a Roma...), squadrandoci sornione, disse: "Ma 'ndo annate, ao'?"; ricevuta la nostra risposta e localizzata mentalmente la destinazione (per la verità non molto distante), volle sapere l'arcano motivo per il quale non intendessimo raggiungere la meta a piedi. Conosciuto anche questo dettaglio, da conoscitore delle zone battute dai piumati bombardieri ci rassicurò sul futuro dei nostri indumenti: "Qui o llà, ma 'ndo scappate?!...".
Per i minuti successivi ci intrattenne con domande, brevi anneddoti e qualche battuta. Alla fine, poco prima di scendere, volle regalarci la perla di preziosa saggezza che fino ad allora c'era rimasta ignota e, tra il mattatore e l'istrione, ci disse: "'A vita è bbella perchè è avariata!"

In effetti non aveva tutti i torti, ché il paradosso ci circonda. Che si può dire di un mondo dove la Coppa America - il più prestigioso premio velico - è detenuta dalla (comunque meritevole) squadra elvetica, considerato che la Svizzera non dispone di sbocchi al mare? Dove il primo posto tra i golfisti - sport tradizionalmente da "bianchi" - appartiene al bravissimo Tiger Woods, persona di colore? Dove i comici tirano le orecchie ai politici?
Però se la vita funziona lo stesso significa che erano tutti i nostri preconcetti ad essere sbagliati e quindi è il nostro modo di concepire la vita, che alla fine sembra andato a male.

Ci riempiamo di illusioni e, per quanti sforzi facciamo in seguito per rimanere nel piano della realtà, siamo portatori sani di utopie, sogni, chimere, voli pindarici e quant'altro porti la famiglia allargata del buon Morfeo.
Siamo esseri limitati, in un mondo limitato. Siamo pieni di limiti.
E a spiegarci il senso dell'esser limitati è (altro paradosso) una casa automobilistica: "Se non avessimo limiti, non potremmo superarli.". I pubblicitari che hanno pensato lo spot l'hanno concepito bene, dando uno spunto di riflessione sul prodotto, ma anche sul senso della vita in genere.
Il senso della vita, già: quella cosa che per molti è ancora un denominatore comune delle vite di tutti, un qualcosa di assolutamente uguale per Ted negli USA, per Soren in Svezia, per Yuri in Russia, per Mario in Italia, per Yanping in Cina o Raùl a Cuba. In cosa consista questo denominatore è ancora ignoto. Ma è una bella sfida, no? Quasi come arrivare alla vita eterna o scoprire la fonte dell'eterna giovinezza.
Ovviamente non è il senso della vita, ma è un'aspirazione di molte popolazioni in tutte le parti del mondo. Perché alla fine invecchiamo tutti, sapendo che cosa ci aspetta in un dopo che preghiamo sia il più lontano possibile.

Forse il senso della vita è questo, ossia dare un senso, IL NOSTRO SENSO, alla nostra vita. Possibilmente, senza turbare le altrui esistenze. E - concediamocelo pure, come la ditata nel barattolo di Nutella - continuando a mantenere, di tanto in tanto, una sana giovanile spensieratezza, un briciolo della speranza di restare sempre giovani.
Il brano che propongo è noto e stranoto, non può non esserlo. Mi ricorda un viaggio in autostrada con un amico, alla volta di Trieste, nel luglio del 2003. Si ascoltava una stazione radio che trasmetteva solo musica anni '80. Ad un tratto la radio ha passato questo pezzo, che abbiamo riascoltato molto volentieri.
Pur essendo un'esecuzione di studio, resta un'impronta un po' dilettantesca di base. A mio giudizio, è il punto di forza del brano, che così riesce a dare un'emozione (direi di purezza) in più.

Signore e signori, con Forever Young, gli Alphaville.

Let's dance in style
let's dance for a while
Heaven can wait were only watching the skies
Hoping for the best but expecting the worst
Are you going to drop the bomb or not?

Let us die young or let us live forever
We don't have the power but we never say never
Sitting in a sandpit, life is a short trip
The music's for the sad men

Can you imagine when this race is won
Turn our golden faces into the sun
Praising our leaders we're getting in tune
The musics played by the madmen

Forever young, I want to be forever young
Do you really want to live forever, forever and ever

Some are like water, some are like the heat
Some are a melody and some are the beat
Sooner or later they all will be gone
Why don't they stay young

It's so hard to get old without a cause
I don't want to perish like a fading horse
Youth is like diamonds in the sun
And dimonds are forever

So many adventures couldn't happen today
So many songs we forgot to play
So many dreams are swinging out of the blue
We let them come true

Forever young, I want to be forever young
Do you really want to live forever, forever and ever

mercoledì 29 agosto 2007

Gravi difficoltà

Premetto d'esser consapevole che quanto seguirà ha un certo grado di banalità congenita. Tuttavia, per quanto banali, i ragionamenti che vado a proporre non sembrano sufficientemente agevoli da comprendere per molte, mooooooolte persone.

Magari qualcuno lo sa, sa davvero cosa stia accadendo al genere umano o quantomeno alla sua parte deteriore.
Aprite un giornale qualunque, seguite un radio- o tele-giornale e fateci caso: si parla di morti, ammazzamenti, assassinii, ammazzatine, scorticamenti e di altri graziosi incubi alla Dario Argento featurin' Alfred Hitchcock.
I mezzibusti, alla fine dei notiziari, augurano pure la buona giornata o serata o quel che è; lo fanno per cortesia e per contratto, immagino, ma ogni volta mi chiedo se non stiano facendo della cinica ironia. Provate a pensare: "Tagli alla spesa sociale, aumento della pressione fiscale, mancato rinnovo dei CCNL, sbarchi di clandestini irregolari di cui tot deceduti durante il trasbordo, assassinio inspiegabile in una casa bene della tal provincia, trovati due cadaveri dissezionati (di cui pare nessuno abbia sentito la mancanza n.d.a.), strage annunciata in tal Paese del Terzo Mondo, il calciatore professionista (professionista, il che dovrebbe comportare controlli sanitari continui!!) Tal dei Tali schiatta in ospedale perché il cuore ha infine deciso di cedere dopo alcuni giorni di tentennamenti, borse mondiali in ribasso. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento di serata." Ma quale buona serata!?!

Il fatto è che il genere umano è preso da isteria: non si fatica certo a trovare la persona disposta a fregarti per un qualunque cosa, mica solo per soldi, droga o altro. E la cosa triste è che non ci si rende conto del fatto che si starebbe tutti meglio stando tranquilli, rispettandoci l'un l'altro.
In fin dei conti, siamo tutti sulla stessa barca, di forma più o meno sferica, che gira sospesa nel vuoto. Siamo ogni giorno a contatto con qualcuno in grado di farci le scarpe, in grado di farci del male; d'altronde, spesso e volentieri siamo noi stessi a far del male a qualcuno gratuitamente, con leggerezza e senza pensarci su troppo. Perché "tanto che mi frega?!".

Un amico mi dice che i Francesi sono un popolo di perdenti. Dice che da soli non hanno mai vinto una dannatissima guerra che fosse una. E la Rivoluzione Francese non conta, ché lì necessariamente avrebbero vinto: c'erano solo loro a combattere. Anche qui, gli uni contro gli altri, a farsi del male.
Qualcuno dirà che dalla Rivoluzione sono uscite le tre parole magiche liberté, egalité, fraternité. Ha ragione, sono state urlate al mondo. Il mondo ha imparato che alla loro ombra è possibile costituire il Terrore (chi volesse approfondire clicchi su http://cronologia.leonardo.it/storia/a1793d.htm) e che, in fondo, la magia non esiste (d'altronde, la stessa Rivoluzione è un portato dell'illuminismo...) e che pertanto quelle tre parole non hanno gran significato.

Ormai ci si aggrega in minime comunità, piccoli commandos per sopravvivere al mondo civile, un gruppetto contro l'altro.
Mio nonno ha fatto la II guerra mondiale. E mi ha raccontato poco delle sue "avventure". Di tutto quel poco che ha raccontato, mi è rimasto impresso il suo punto di vista sulla guerra: combatteva contro altri ragazzi suoi coetanei, altri nella sua situazione. O lui fregava il nemico, o il nemico fregava lui. Un po' com'è per noi adesso.
Siamo ancora in guerra, insomma. Non più tra Stati, un esercito contro l'altro, ma per nostra scelta, tra piccoli gruppetti di civili, tra sparuti gruppi uno uguale all'altro.

Avete mai sentito parlare delle Isole Falkland, anche dette Isole Malvine? Sono un piccolo arcipelago dell'Atlantico meridionale, nei pressi dell'Argentina. Sono state al centro di un conflitto - di breve durata, per carità - tra quest'ultimo Paese ed il Regno Unito. Una guerra iniziata per motivi inutili dall'Argentina, a cui il Regno Unito si è opposto strenuamente, ottenendo una vittoria fondamentale sullo scacchiere mondiale...
Queste isole hanno poche risorse (forse del petrolio, forse; in ogni caso niente di eclatante) economicamente allettanti, praticamente nessuna. La guerra per il loro dominio era fondata da motivi chiaramente politici (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_delle_Falkland) interni ai due Stati.
Questi motivi si sono nutriti con 904 morti totali e 1845 feriti.
Quale senso hanno avuto, quei morti e feriti?

Quale senso ha ammazzare qualcuno, ferirlo o fargli del male in qualunque modo?

Penso che il Signor Mark Freuder Knopfler abbia pensato a tutte queste cose, nel 1982, durante il conflitto.
Lui era già famoso, in quanto leader dei Dire Straits. Knopfler, personaggio singolare del panorama musicale è sempre stato uno in controtendenza (tanto per darvi un'idea: è un mancino e suona la chitarra come un destrorso; è chitarrista elettrico ma con tecnica 'fingerstyle'; suona un rock pacato e facilmente metabolizzabile ed è arrivato al successo - con la band - durante il trend del punk dei Sex Pistols).
Nell'82 ha vissuto da spettatore il drammatico momento delle Falkland. E se ne è venuto fuori con un pezzo tra i più toccanti del genere, nel quale non si esprimeva né a favore né contro i contendenti ma ragionava sulla situazione, arrivando alla (non troppo) ovvia conclusione che è assurdo farci del male a vicenda.
Meditate, gente, meditate.

Dall'omonimo album del 1985

Brothers in Arms

These mist covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you´ll return to
your valleys and your farms
and you´ll no longer burn to be brothers in arms

Through these fields of destruction
baptisms of fire
I´ve watched all your suffering
as the battles raged higher
and though they did hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me my brothers in arms

There´s so many different worlds
so many different suns
and we have just one world
but we live in different ones

Now the sun´s gone to hell
and the moon´s rising high
let me bid you fare well
every man has to die
but it´s written in the starlight
and every line on your palm
we are fools to make war
on our brothers in arms
on our brothers in arms

lunedì 6 agosto 2007

Galileo e il Bigfoot

Il prototipo dello scienziato moderno disse: «Eppur si muove!».
Lo disse davvero? C'è chi sostiene che no, trattasi di frase messa artificiosamente in bocca al Galilei, in modo da esaltarne la certezza sulle sue proprie scoperte in campo astronomico.
Che l'abbia detta o meno, il punto va messo sull'enfasi e sul senso di quelle parole, che sembrano urlare un'oggettività evidentissima che però la massa miope non riesce a vedere.
Il pisano tanto vedeva nitidamente la sua scoperta quanto era sconfortato dalla cecità di chi gli stava intorno. Il tribunale dell'inquisizione infatti lo costrinse - ed egli si rassegnò - ad abiurare le sue scoperte.

Cose che succedono, in campo scientifico. Non essere creduti è un destino toccato a molti. Primo non in ordine temporale è Giordano Bruno. Astronomicamente è capitato a Galileo e a Copernico. In altri campi conoscitivi si possono trovare furibonde lotte per affermare un'idea piuttosto che un'altra (la battaglia tra creazionisti ed evoluzionisti è ancora feroce proprio negli USA).
Fondamentalmente si tratta, spesso e volentieri, di lotte combattute per un'ideologia e quasi sempre quell'ideologia è di tipo religioso.

Gli ambiti scientifici più seri però si affidano solamente all'oggettività.
La fiorentina Margherita Hack non si interessa di religione; però combatte con la ragione contro chi parla di UFO, argomentando: ad oggi non è oggettivamente plausibile l'esistenza di una civiltà extraterrestre tanto evoluta da poter costruire mezzi in grado di solcare lo spazio a velocità tale da giungere sulla Terra, perché il fattore tempo è impeditivo. Insomma, l'elevata velocità non può aggirare l'ostacolo dell'enorme distanza. Con ciò, essa non nega l'esistenza di civiltà aliene, perché sarebbe statisticamente assurdo pensare di "essere soli".

E chi afferma di aver visto gli UFO e soprattutto i loro proprietari? Ci si crede o no?
E chi afferma (per riportare sul solo pianeta Terra) di aver visto chessò, il lo Yeti o il Bigfoot?
CHI???!!!
Lo Yeti o il Bigfoot, dai! Si tratta in ambo i casi di una sorta di scimmione, più o meno grande, più o meno peloso, più o meno brutto. Cambia solo la "location": lo Yeti si aggira sul cocuzzolo dei monti Himalayani, mentre il Bigfoot vaga nel Nordamerica. Oddio, cambia anche il livello estetico, se è vero che lo Yeti è anche detto "abominevole uomo delle nevi": il cugino d'america questa definizione vezzosa non ce l'ha.

Ad ogni modo, chi dice d'aver visto 'sto benedetto Bigfoot, l'ha visto davvero? Chi afferma d'aver messo le mani dove il primate aveva messo il piedone, le mani ce le ha messe sul serio?
Dell'ominide peloso americano resta un documento visivo (mentre sui monti innevati nulla), girato nel '67 da due cacciatori, Roger Patterson e Bob Gimlin.
Patterson ha continuato a giurare sulla veridicità del filmato fino alla morte. Gli si crede o no? Attenti che qui si rischia di fare come il Sant'Uffizio con Galileo, nientemeno!!!
Patterson ha affermato d'aver visto, guardato e quasi odorato 'sto mito del Bigfoot. Un po' come chi dice d'aver vissuto un grande amore. Alcuni dicono una cosa del genere, ebbene sì. Le riviste scientifiche maggiormente accreditate si rifiutano di dar visibilità a voci e dicerie del genere, ma sembra che questi fenomeni esistano davvero, pur nascosti dalla scienza ufficiale come il gemello di Luigi XIV nella maschera di ferro (stando ad un ramo della leggenda).

I riscontri oggettivi però fanno propendere per la realtà e serietà di queste voci. In passato accadeva addirittura che, al pari di Patterson buonanima, i "congiurati del Grande-Amore-Della-Vita riuscissero a fissare alcuni avvenimenti su un arcaico supporto, un filmino super8, magari reperto del periodo feriale, in cui si vedono immagini sfocate, che non sempre danno la possibilità di identificare con certezza l'identità ed effettività del grande amore.
Oltre al filmino, anzi, a prescindere da esso, chi afferma con baldanza d'aver vissuto un amore tanto grande conserva anche una strana luce nello sguardo, riflesso di una qualche stella di diamanti che gli è piombata come un meteorite sul cuore (attenti, S. Lorenzo è vicino...), lì rimanendo incastonata per sempre.

Quest'emozione c'è, esiste. E non ci sono parametri scientifici in grado di documentarla. Il passaggio dallo sguardo normale a quello innamorato ho provato a renderlo con Closing Time (Post "Il nome della Rosa" del 25.06.2007). Qui si tratta di rendere le prime fasi dell'amore, l'innamoramento già presente, l'ineffabile incomprensibile inspiegabile caos psico-metabolico di quando ci si rende conto che Cupido ha bersagliato proprio noi, centrando in pieno il suo obbiettivo.

I Counting Crows sono la band selezionata per oggi. Loro sono di Frisco, alias San Francisco, California. Iniziano a suonare nel '91 (primo album nel '93: August and Everything After) segnando un ritorno al rock tranquillo degli inizi, quasi (quasi) politicamente corretto, in grado di rendere bene il mood della gioventù della provincia americana.

Nel 2004 pubblicano il brano conclusivo di questo post, un pezzo quasi vorticoso, allegro, scanzonato, a volte in controtempo. Come il cuore dell'innamorato al cospetto della persona amata. Pezzo entrato, tra l'altro, nella colonna sonora di Shrek 2.

Parlo di Accidentally in love (provate a dirmi che non vi sembra un pezzo da innamorato!!!)

So she said what's the problem baby
What's the problem I don't know
Well maybe I'm in love (love)
Think about it every time
I think about it
Can't stop thinking 'bout it
How much longer will it take to cure this
Just to cure it cause I can't ignore it if it's love (love)
Makes me wanna turn around and face me but I don't know nothing 'bout love

Come on, come on
Turn a little faster
Come on, come on
The world will follow after
Come on, come on
Cause everybody's after love

So I said I'm a snowball running
Running down into the spring that's coming all this love
Melting under blue skies
Belting out sunlight
Shimmering love
Well baby I surrender
To the strawberry ice cream
Never ever end of all this love
Well I didn't mean to do it
But there's no escaping your love

These lines of lightning
Mean we're never alone,
Never alone, no, no

Come on, Come on
Move a little closer
Come on, Come on
I want to hear you whisper
Come on, Come on
Settle down inside my love
Come on, come on
Jump a little higher
Come on, come on
If you feel a little lighter
Come on, come on
We were once upon a time in love
We're accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally in love
Accidentally
I'm in Love, I'm in Love,
I'm in Love, I'm in Love,
I'm in Love, I'm in Love,
Accidentally
Accidentally
Come on, come on
Spin a little tighter
Come on, come on
And the world's a little brighter
Come on, come on
Just get yourself inside her
Love
...I'm in love

martedì 17 luglio 2007

La scuola di Atene

In Vaticano ci sono opere d'arte eccellenti, superbe sotto molteplici punti di vista. L'unica (se ci riferiamo alle arti classiche e non consideriamo il cinema) che in qualche modo non è direttamente ed esplicitamente presente è la musica, la quale, dato il suo necessario dinamismo, non è proponibile con costanza. Quel piccolo angolo è tutto un florilegio di strutture, giardini, dipinti, statue, gioielli non solo d'oreficeria.
Vi sono alcune sale, quelle dette "di Raffaello", magnificamente affrescate. Una di queste si chiama "La scuola di Atene", appunto. L'artista (che ha dipinto il suo faccino quale firma in angolo basso a sinistra, in abito e copricapo nero, mentre guarda l'osservatore) ha lì rappresentato un 'ateneo', un luogo dov'era possibile imparare tutto lo scibile umano allora conosciuto. E' riconoscibile un omaggio anche a Michelangelo, che nello stesso tempo stava lavorando qualche metro e qualche muro più in là (è raffigurato seduto pressoché al centro, poggiato su un cubo di marmo e rappresenta il filosofo Eraclito).

Al centro vero e proprio si trovano i due campioni filosofici pre-cristiani, due che non avevano conosciuto la buona novella ma (chissà, avranno avuto più culo che anima... Scusate il francesismo...) la cui filosofia calzava perfettamente - se sapientemente mixata - con l'insegnamento evangelico: si tratta di Platone ed Aristotele.
Il primo è il barbuto signore anziano che imperiosamente indica il cielo, l'"iperuranio", il mondo metafisico delle 'idee', in particolare dell'idea suprema. Il secondo è, ovviamente, quello giovane, che sembra placare l'imperiosità del maestro con il gesto della mano; l'interpretazione tradizionale vuole invece che il buon Aristotele indichi la terra e dunque il concetto di immanenza e concretezza delle cose, quasi un proto-empirico galileano.

Mi piace pensare che queste due figure stiano ad indicare i due lati dell'essere umano, tanto capace di raziocinio, fantasia e poesia, quanto in grado di atti che Nightmare nemmeno nei suoi incubi peggiori né con i suoi istinti più bassi.
L'individualità composta dai due sommi filosofi è compatta, sicura, perfino maestosa, tanto che la stessa impostazione prospettica parte da lì, quasi a dire che tutto si regge su loro. Il trionfo dell'individualità e che individualità: il giusto bilanciamento di cuore e cervello, istinto e ragione; un individuo completo, insomma. Non qualcuno che non sbaglia mai, ma un soggetto che dai propri errori sa trarre i giusti insegnamenti. Non uno che non si lascia mai andare, ma uno che sa quando e come permetterselo.
L'equilibrio di ragione e follia.

Vasco, nel suo brano Sally, lo dice in modo splendido: "perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia". Può capitare di perdere l'equilibrio. Ma ci si deve rendere conto di averlo perduto e si deve cercare di recuperare la posizione. Razionalizzare troppo è fuorviante quanto non razionalizzare affatto.
La scuola di Atene mi fa pensare quasi subito, per una strana associazione di idee, a G. Flaubert ed al suo capolavoro, Madame Bovary. La protagonista è un donnino che, grazie al matrimonio con un medico, riesce ad uscire dalla propria condizione di popolana contadinotta per entrare nella media borghesia francese. Il cambio di condizione sociale non è sufficiente a soddisfare i desideri della signora, che sogna un suo mondo ideale di romanticismo e poesia e bei sentimenti. Il sogno però non riesce a combaciare con la realtà. Allora M.me Bovary si sforza di inseguire, perseguire la strada del sogno, tralasciando totalmente - per quanto può - la realtà in cui si trova, almeno fino a quando la stessa realtà non è così pressante da imporsi. La nostra eroina allora si risolve nell'ultimo rifiuto di essa e si toglie la vita.

Questo modo di vivere non è solo un'invenzione di Flaubert. Questi infatti si era ispirato ad una vicenda reale, quella di Delphine Delamare. Questa aveva suscitato scandalo in un borgo della Normandia, per le sue manie di grandezza, le spese eccessive e la voracità nel leggere romanzi, infine si era suicidata, perchè travolta dai debiti.
M.me Delamare non è stata l'unica a vivere così ed anzi sono molti quelli che non mediano in sé stessi tra sogno e realtà.
L'eroina di Flaubert sceglie una realtà fittizia che le da maggiore gratificazione. Barbey D'Aurevilly ha pertanto coniato (già da subito dopo la pubblicazione del romanzo) il termine "bovarismo" ad indicare l'attitudine degli esseri umani a credersi e a vedere le cose diversamente da quelle che sono, a sognare delle felicità irrealizzabili, irraggiungibili. Queste persone non hanno in sé nessun Aristotele che li riporti alla realtà e credo che, se lo avessero, non lo ascolterebbero comunque.

Per quanto ne so, vivere è difficile per tutti, più o meno. Lo dico con gli Eagles: take it easy.
E chiudo con la solita canzone, che porta relax e consiglio.
Lei è Des'ree, cantante inglese che ha avuto qualche successo negli anni '90 in Italia. Nel '93 ha duettato con Terence Trent D'Arby nel brano "Delicate". L'anno dopo ha pubblicato questo bel pezzo.
Luci soffuse, musica soft e un cuscino sotto la testa. Chi gradisce può anche addormentarsi durante l'ascolto (qualora - bontà sua - non l'abbia già fatto prima...).

You Gotta Be

Listen as your day unfolds
Challenge what the future holds
Try and keep your head up to the sky
Lovers, they may cause you tears
Go ahead release your fears
Stand up and be counted
Don't be ashamed to cry

You gotta be...
You gotta be bad, you gotta be bold, you gotta be wiser
You gotta be hard, you gotta be tough, you gotta be stronger
You gotta be cool, you gotta be calm, you gotta stay together
All I know, all I know, love will save the day

Herald what your mother said
Read the books your father read
Try to solve the puzzles in your own sweet time
Some may have more cash than you
Others take a different view
My oh my, yea, eh, eh

You gotta be bad, you gotta be bold, you gotta be wiser
You gotta be hard, you gotta be tough, you gotta be stronger
You gotta be cool, you gotta be calm, you gotta stay together
All I know, all I know, love will save the day

Time ask no questions, it goes on without you
Leaving you behind if you can't stand the pace
The world keeps on spinning can't stop it, if you tried to
This best part is danger staring you in the face

Listen as your day unfolds
Challenge what the future holds
Try and keep your head up to the sky
Lovers, they may cause you tears
Go ahead release your fears
My oh my, eh, eh, eh

You gotta be bad, you gotta be bold, you gotta be wiser
You gotta be hard, you gotta be tough, you gotta be stronger
You gotta be cool, you gotta be calm, you gotta stay together
All I know, all I know, love will save the day
Yea, yea, yea

You gotta be bad, you gotta be bold, you gotta be wiser
You gotta be hard, you gotta be tough, you gotta be stronger
You gotta be cool, you gotta be calm, you gotta stay together
All I know, all I know, love will save the day
Yea yea

Got to be bold
Got to be bad
Got to be wise
Do what others say
Got to be hard
Not too too hard
All I know is love will save the day
You gotta be bad, you gotta be bold, you gotta be wiser
You gotta be hard, you gotta be tough, you gotta be stronger
You gotta be cool, you gotta be calm, you gotta stay together

lunedì 16 luglio 2007

Seven

No, non è un riferimento alla nota marca di zaini scolastici "un sacco diversi".
Il riferimento immediato è al film di David Fincher del 1995, con un bel cast (Brad Pitt, Morgan Freeman, Gwyneth Paltrow ed uno straordinario Kevin Spacey prossimo all'oscar, nel '99). Il film narra una vicenda complessa, che si sviluppa attorno alla follia di un serial killer di particolare crudeltà e bigottismo, il quale si crede mandato dal Signore allo scopo di mostrare all'umanità i propri errori, costituiti dai sette peccati capitali. Il killer (chiamato John Doe, come a dire "sconosciuto") mette in scena gli errori mortali dell'umanità con una ferocia ed un sadismo incredibile, mettendo in crisi la polizia locale ed in particolare i due poliziotti titolari dell'inchiesta. Il poliziotto giovane è quello più toccato dalla follia del pazzo.

L'ultimo peccato, quello che "chiude" la vicenda, è l'ira; dopo un'analisi superficiale, direi che questo è il "peccato" più bastardo e meno tollerato. Accidia, superbia, gola, avarizia, invidia e lussuria hanno infatti trovato tolleranza, accettazione e talvolta piena accoglienza presso il genere umano: i centri-benessere - oasi pagate per non farci far nulla in totale relax - per l'accidia; ristoranti da cordon-bleu pieni di stelle che nemmeno a San Lorenzo per la gola; le liste VIP in ogni locale per poter dire "io c'ero" - senza badare se il 'dove' o il 'perché' avrebbero urlato vendetta - per la superbia; l'invidia è considerata come sprone, talvolta come pungolo, talaltra ancora diventa una scusa per poter dire falsità alle spalle di qualcuno, con buona pace della coscienza; il fare sesso ad ogni occasione non è più lussuria, ma una sorta di sport, senza i fastidi degli abiti ed accessori High-Tech; l'avarizia forse resta il meno apprezzato: chi è avaro non si permette gli altri peccati/lussi, per cui non godrà del plauso popolare ma non avrà i sensi di colpa dello Zio Scrooge del Canto di Natale di Dickensiana memoria (in realtà, però, l'avarizia è peccato - nell'ambito religioso - solo quando fa sì che non si dia l'obolo per il culto o per i mendicanti).

Ma l'ira...
Quella vera, originale e senza compromessi, l'ira che parte dallo stomaco e come i cerchi nell'acqua arriva tutto attorno, un'onda d'urto ripetuta, fino ad investire qualunque entità si trovi nei pressi e, investendola, crei danni talvolta irreparabili: l'ira non è accettata.
"Ero fuori di me", "ero in bestia", queste sono espressioni correnti che fanno capire come l'ira, al contrario delle sei consorelle sopra nominate, non sia riconosciuta come cosa umana o umana razionale.
In effetti, chi prova (ed agisce con) ira lede sé stesso e (talvolta) gli altri in un modo molto più diretto, visibile ed immediato rispetto a chi mangia tanto, chi fa sesso, chi non fa un beneamato, chi non spende, chi fa mostra di sé o chi vorrebbe potersi mettere in mostra.
Talvolta, però, è necessario buttare fuori la rabbia, la furia; è necessario trovare uno sfogo immediato alla cattiveria propria dell'animale umano, cattiveria a volte dovuta all'incomprensione, al non essere capiti o all'essere fraintesi, dando così la stura ad una repressione che credo sia più dannosa ancora, perché porta all'indifferenza, all'assenza di emozioni verso chi ci circonda.
L'esplosione di un vulcano sommerge tutto con pietra e ceneri incandescenti, lava, lapilli e molti altri simpatici gadgets per chi vince la gara di sopravvivenza. Ma quella devastazione è anche molto, molto fertile, sol che si lasci passare un tempo adeguato. Per questo ritengo utile e fruttifera anche l'ira. Basterebbe riuscire ad incanalarla correttamente, indirizzandola nel modo più opportuno. Forse non sarebbe più la stessa cosa.
Forse non sono soggetto all'ira feroce. Quando mi capita di montar su tutte le furie però riesco - lentamente - a tranquillizzarmi. Al solito, ci vuole la musica. Ad alto volume. Al limite della sopportazione. Al limite massimo dell'ira vera e propria, tanto contro chi l'ha provocata, quanto contro me stesso. Compulsivamente riascolto anche più volte il brano, uno solo, quello di oggi, che a quel punto è divenuta un mantra che placa l'animo.

I Linkin Park, gruppo statunitense con le radici californiane, iniziano il loro percorso nel '96, incanalandosi in una corrente nuova, il 'nu metal' (stesso genere dei Limp Bizkit; anzi, il brano di oggi potrebbe essere, dall'album Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, del 2000, il loro "Take a look around", già parte del film Mission: Impossible 2, ma mi dà meno l'idea di qualcosa che sta per esplodere). I ragazzi diventano subito esponenti di spicco di questo filone, poiché il loro mix Hip-Hop/Rap/Rock cattivo è stato convincente, soprattutto negli albums Meteora e Collision Course. Vedremo con i prossimi.

Buon ascolto

Somewhere I belong

I had nothing to say
And I get lost in the nothingness inside of me
(I was confused)
And I live it all out to find, but I'm not the only person wit these things in mind
(inside of me)
But all that they can see the words revealed is the only real thing that I got left to feel
(nothing to lose)
Just stuck hollow and alone and the fault is my own and the fault is my own

I wanna heal I wanna feel what I thought was never real
I wanna let go of the pain I've felt so long
Erase all the pain til it's gone
I wanna heal I wanna feel like I'm close to something real
I wanna find something I've wanted all along
Somewhere I belong

And I got nothing to say I can't believe I didn't fall right down on my face
(I was confused)
Look at everywhere only to find it is not the way I had imagined it all in my mind
(so what am I)
What do I have but negativity
Cuz I can't trust no one by the way everyone is looking at me
(nothing to lose)
Nothing to gain I'm hollow and alone
And the fault is my own and the fault is my own

I will never know myself until I do this on my own
Cuz I will never feel anything else until my wounds are healed
I will never be anything til I break away from me
I will break away
I'll find myself today

venerdì 6 luglio 2007

Sudoku

Il titolo del post rimanda al gioco-tormentone, ovviamente.
Black Angel ha commentato il precedente post "Estate" con un originalissimo "che fantasia". Forse ha ragione, non era molto fantasioso, come post. Parlava di cose banali, come i ricordi personali e le emozioni...
Cosa c'entrano le due cose? Io credo siano collegate.
Il sudoku è l'ennesimo puzzle di numeri, da 1 a 9, che vanno utilizzati - nella versione classica - per riempire una griglia di 81 caselle, divisa in 9 riquadri di 9 caselle l'una. I numeri devono essere usati una volta sola per ogni riquadro, riga e colonna.
Il gioco utilizza cose trite e ritrite del panorama di giochi con i numeri. Eppure ha successo.
Sono convinto che Black Angel pure abbia successo, con la sua dialettica sopraffina ed il suo ragionare illuminista (non si consideri che - nell'ambito dei blog di Google - al nome Black Angel corrispondano 1434 differenti voci; di readingradio una sola: unico ma poco considerato?!).

Come il sudoku, ognuno di noi è un insieme di banalità e di originalità. L'importante è cercare di capire cosa l'altro proponga di positivo. Altrimenti si corre il rischio di essere delle isole, delle individualità chiuse ed aride. Magari chiacchierando solo con il Wilson di turno. Un po' come l'eroe di Castaway, il film con Tom Hanks.
All'uscita del film nelle sale, il pubblico che lo aveva visto lo aveva valutato come un film noioso. Non ne aveva visto il lato sociale: l'uomo evoluto moderno è spesso solo, perde il contatto con la propria emozionalità, tralascia i rapporti sociali. Dei quali ultimi ha però bisogno, tanto da dover creare un entità altra da sé per poter intrattenere rapporti umani con qualcuno, quando finalmente è "riuscito" a distaccarsi dalla società.
Lo stare con gli altri è una necessità. Il riuscire a stare con gli altri è talvolta un'arte. Il dono è saper apprezzare l'altro.
Black Angel ha commentato laconicamente e con ironia il post. Lo ha commentato, però. Di questo lo/la ringrazio (al di là del sarcasmo d'orgoglio), perché ha inteso farmi capire una mia mancanza, ossia il fatto di non riuscire ad interessare attraverso la scrittura. Per questo mi dovrò sforzare, per migliorarmi e riuscire ad entrare in comunicazione con l'altro, ricercando la lunghezza d'onda dell'altro e non comunicando solo dalla mia.

L'eroe di Castaway naufragava su un'isola deserta, tropicale. Almeno fosse capitato in Jamaica...
Bella terra, la Jamaica, e non solo per questioni, per così dire, botaniche. La cultura jamaicana recente ha dato il reggae, che coinvolge il corpo e l'anima, la parte istintiva. Io vorrei usare sempre anche il cervello ed il ragionamento riflessivo in particolare. Per questo ho scelto la canzone di oggi.

Nel '77 un batterista, un chitarrista ed un bassista costituirono una band un tantino particolare. Il genere di musica da questi prodotta fu poi definito reggae'n'roll. Parliamo dei Police. E ne parliamo dall'ottobre '79, in particolare dall'album (il secondo del gruppo) Reggatta De Blanc, quando già c'era stato un avvicendamento di chitarristi. L'album decreta il successo del trio a livello internazionale. E' interessante, certamente da un punto di vista musicale (per via del genere di musica, per via dei suoni e, secondo me, per la tecnica percussionistica ed il gusto del Sig. Stewart Copeland: il tizio deve nascondere un terzo braccio, sopra quella cintola..!) ma anche da un punto di vista di critica del mondo moderno.

Buon ascolto

Message in a bottle

Just a castaway, an island lost at sea,
Another lonely day, with no one here but me,
More loneliness than any man could bear
Rescue me before I fall into despair,

I'll send an s.o.s. to the world
I'll send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah

A year has passed since I wrote my note
But I should have known this right from the start
Only hope can keep me together
Love can mend your life but
Love can break your heart

I'll send an s.o.s. to the world
I'll send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah

Walked out this morning, don't believe what I saw
A hundred billion bottles washed up on the shore
Seems I'm not alone at being alone
Hundred billion castaways, looking for a home

I'll send an s.o.s. to the world
I'll send an s.o.s. to the world
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
I hope that someone gets my
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Message in a bottle, yeah
Sending out at an s.o.s.
Sending out at an s.o.s.
Sending out at an s.o.s.
Sending out at an s.o.s.
Sending out at an s.o.s.
Sending out at an s.o.s...

lunedì 2 luglio 2007

Estate

Le giornate dal clima mutevole sono giunte anche quest'anno. Le scuole han chiuso i cancelli mentre si aprono i portoni degli amori estivi, quegli amori balneari dal sapore di sale che conservano immutato il loro gusto fin dagli anni '60: aroma di sabbia, crema solare e acqua di mare. Se poi la meta estiva è il mare, cambia solo il cocktail di sapore, mentre l'emozione rimane la stessa.
Il flirt estivo è un must, diciamocelo; se qualcuno non ha mai avuto una storia durante i 90 giorni dedicati all'edonismo ozioso e piacionesco, probabilmente l'ha evitata per scelta.

Questo tipo di amori nascono, crescono e finiscono in breve tempo, fuochi di paglia più o meno grandi e più o meno effimeri. Generalmente lasciano bei ricordi, piacevoli (almeno per quel che ho vissuto), in ciò facilitati dall'atmosfera generale che il periodo concede.
Qualche fuoco lascia però un segno che non se ne va più (gli amici Negramaro, nel brano Estate cantano: "e intanto il tempo passa e tu non passi mai"). Non fa male, anzi è una piccola piaghetta che fa pure piacere sentire dentro. Si tratta certo di un piacere melanconico, ma che in qualche strano modo ci gratifica.
E' proprio il periodo a permettere questo, complice anche la 'vacanza', cioè l'assenza di impegni-incombenze-pesudodoveri morali/materiali e consimili, i quali limitano il campo d'azione del cuore e impongono la dittatura del cervello. Pertanto viva l'estate, viva la salubre leggerezza che questa stagione ci porta, viva!!!

Personalmente sono affezionato al ricordo di un'estate, quella del 1998: località tranquilla, divertimenti sani, poca apparenza ostentata e molta attenzione alla sostanza delle persone, di ogni singola persona con cui si aveva a che fare. Chitarra, bongos, canzoniere e le stelle a far da lampade. Labbra che si sfiorano furtive nel cuore della canzone, trattenendo presso di sé il piacere di un momento tanto fugace, ma così confondibile con l'eternità...
La canzone. Già, la canzone è tutto quello che vi posso consegnare oggi, per rendervi partecipi di quegli attimi.

Loro sono i Michael Learns To Rock, trio pop rock (udite udite) danese, nata nel 1988, con undici albums all'attivo (di cui un doppio Greatest Hits nel '99); in Italia sono sostanzialmente ignoti al grande pubblico, a meno che non si nomini un certo amaro, la cui pubblicità era accompagnata da una loro canzone. Sia questa il meglio che abbiano mai fatto oppure no, poco importa: il brano è lo stesso (i pubblicitari però lo hanno messo attorno al 2002 negli spots!) e l'importante e che susciti emozioni, che riesca - novello e benevolo Caronte - a traghettare i ricordi piacevoli dal ripostiglio dove sono fino alla vetrina del nostro cuore.

Dall'album Played On Pepper, del 1995, vi "regalo"

Someday

In my search for freedom
and peace of mind
I've left the memories behind
Wanna start a new life
but it seems to be rather absurd
when I know the truth
is that I always think of you

Someday someway
together we will be baby
I will take and you will take your time
We'll wait for our fate
cos' nobody owns us baby
We can shake we can shake the rock

Try to throw the picture out of my mind
try to leave the memories behind
Here by the ocean
wave's carry voices from you
Do you know the truth
I am thinking of you too

Someday someway
together we will be baby
I will take and you will take your time
We'll wait for our fate
cos' nobody owns us baby
We can shake we can shake the rock

The love we had together
just fades away in time
And now you've got your own world
and I guess I've got mine
But the passion that you planted
in the middle of my heart
is a passion that will never stop